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storia della chiesa oratorio di san Leonardo

 
 

pubblichiamo uno studio di Gianni Demoro sulla cosiddetta Contrada delle Rocche, la zona della vecchia citta' medioevale di Porto Maurizio ove tuttora si possono ammirare sia la casa natale di San Leonardo, con annessa cappella votiva nella stanza che gli diede i natali, sia l'attiguo ex oratorio di santa Caterina, ora conosciuto come Chiesa di San Leonardo.

E' un tuffo nel passato remoto della nostra comunità, che speriamo sia gradito a molti

 

 

la contrada delle Rocche in Porto Maurizio

minor pars della città medioevale nel settecento


La Storia  e  Le opere d’arte


Materiale tratto dal libro


PORTO MAURIZIO NEL SETTECENTO


di Gianni De Moro

 

 

1) La  “contrada delle Rocche”

Il centro urbano della Porto Maurizio tra la fine del seicento ed il “secolo dei Lumi” era concentrato sulla parte alta del promontorio che si ergeva sul mare.

 Qui sorgevano i più importanti edifici pubblici e privati: la Chiesa Collegiata, diversi oratori, sedi delle confraternite cittadine, il teatro, l'ospedale, il forno, la scuola pubblica, il macello, la cantina dell'annona, il mulino, l'archivio comunale, il palazzo del Capitano e numerose, splendide case nobiliari ancor oggi esistenti.

 La vita della città era animata da un peculiare spirito cristiano e da una forte tensione missionaria, presente nella comunità a tutti i livelli: clero, confraternite e laici.

 Il tessuto sociale era quello classico dell'epoca, ma con caratteristiche particolari: i nobili partecipavano attivamente al governo della città, e non disdegnavano di dedicarsi alle redditizie attività commerciali. In possesso di grosse fortune, promuovevano opere di bene, attraverso legati destinati ai poveri e agli infermi, o alla Chiesa per la salvezza delle anime loro e di quelle della loro parentela.

 L'agiata borghesia comprendeva tra le sue file uno stuolo di affermati notai, medici e avvocati. Naturalmente era presente anche una numerosa plebe.

 La città era divisa in “contrade” o “quartieri”, che delimitavano come spicchi, tutto il centro urbano.

 2) Vie d’accesso e contrade della città

 Cardine tra la città e le borgate, per quello che riguarda le comunicazioni, era l’antica strada romana che, salendo dalla Casa Bianca, cavalcava la sella a montedel promontorio portorino, sfiorava la Foce e con una brusca svolta, oltrepassando sul ponte di Berio il torrente Caramagna, proseguiva verso la Francia.

 Tre strade scendevano dalla città fino ad unirsi alla grande arteria internazionale: a ponente la tortuosa ‘‘muntà d’i féri” che terminava nei pressi della Foce; al centro il diritto e maestoso ‘‘carùggiu d’i Ebrei’’ sui due lati del quale si affacciavano i palazzi di molte grandi famiglie e un grandissimo numero di botteghe; a levante la via in terra battuta che nel primo decennio dell’ottocento avrebbe preso il nome di “muntà d’Mànuel” e successivamente sarebbe divenuta l’asse portante dello sviluppo urbanistico di Porto Maurizio, ma che allora si snodava buia e solitaria tra giardini e braie coltivate.

 Si venivano così a formare due incroci: la Crociera dell’Annunziata, presso la quale sorgevano il palazzo del Magnifico Anton Filippo Ferrari, chirurgo, quello del Magnifico Gio Batta Guasco, commerciante e quello dei Rambaldi, entro il quale si erano stabiliti dal 1734 i padri Barnabiti, e la Crociera Nuova, centro di tutti i traffici che si svolge vano tra la città e i sobborghi occidentali.

 Il nucleo cittadino vero e proprio era ancora racchiuso nelle sue poderose mura seicentesche, dotate a settentrione di quattro baluardi protetti da ampie scarpate erbose. Alla città si accedeva attraverso quattro porte principali: quella di San Gio Batta, popolarmente detta della Foce, a cui facevano capo la “muntà d’i féri” ed il sentiero diretto alla Foce; quella detta di Martino, a cui faceva capo il caruggio “degli Ebrei”, quella del Borgo, detta anche del Ponte, ma più comunemente del ‘‘Macello’’ o della ‘‘Strà’’; quella infine detta ‘‘del Portello’’meno importante delle precedenti perché non servita da vie carrabili, ma solo da una mulattiera che costeggiando i dirupi dei bondasci scendeva fino alla ‘‘braia’’ dei Cavalieri di Malta alla Marina.

La struttura urbanistica di Porto Maurizio settecentesca era estremamen te semplice e leggibile, come risulta dalla mappa del Vinzoni: l’abitato cittadino, non più contenuto nella cinta muraria, era venuto espandendosi verso settentrione soprattutto verso il borgo della Foce e la valle del torrente Caramagna, con addensamenti maggiori nei pressi delle strade preesistenti.

All’interno delle mura, poi, accanto ad un nucleo antichissimo, la chiesa parrocchiale e l’area fortificata duecentesca, caratterizzato da strade strette e tortuose e da isolati di forma ‘‘avvolgente’’ tutti collegati fra di loro, erano riconoscibili numerose fasi costruttive più ordinate, aggiuntesi via via sul lato del promontorio rivolto a settentrione.

Verso il 1750 la città si suddivideva nelle seguenti “zone”:

1)     la contrada di San Pietro, costituita dalle case della “Strada Nuova”,della salita di San Pietro dal bastione di San Gio Batta alla piazzetta antistante l’oratorio, e dall’isolato comprendente il grandioso palazzo Gastaldi e le case ad esso adiacenti di proprietà della famiglia Acquarone fino all’Ospedale della Santissima Trinità dei Pellegrini;

2)     la contrada delle Rocche o delle Monache, comprendente tutti gli edifici posti tra il convento, il soprastan te quartiere della Cima, la piazzetta dei Pesci e la piazzetta delle Chiarore

3)     La contrada di Santa Caterina, costituita da un nucleo di modeste case densamente abitate tra il palazzo pubblico, la parrocchia e le propaggini del quartiere della Cima; in basso era delimitata dal tratto di mura tra i due portelli, a cui si appoggiava l’oratorio di Santa Caterina con tutte le case circostanti. Questa contrada si allungava fino al bastione di San Maurizio, detto anche Miradore d’Oneglia, con il gruppo di case del ‘‘Portello” ed era attraversata longitudinalmente dal lungo ‘‘carùggio di Santa Caterina”  diramantesi poi nel caruggio degli Angeli.

4)     La contrada della Cima o della Buona Morte, costituita dal più antico nucleo di case medievali della città; copriva la sommità del promontorio ed era intersecata da ‘‘carùggi’’ e ‘‘caruggétti’’ semicoperti facenti capo alle piazze del Medico, del Ricotto e dei Pesci;era compresa tra la Collegiata da un lato ed il palazzo pubblico dall’altro, confinando pure con le contrade di Santa Caterina e della Tina.

 In alcuni documenti settecenteschi si trova citata anche la contrada della Chiesa o di San Maurizio che avrebbe dovuto stendersi nelle imme diate vicinanze della Colleggiata; ad essa appartenevano senza dubbio gli isolati dei palazzi Pagliari e Guarneri e la piazzetta Ferrari detta anche ‘‘piazzetta sotto le Canoniche”. Tuttavia i suoi confini con le contrade di Santa Caterina e della Cima non furono mai ben chiari; analogamente la contrada era mal delimitata dal quartiere del Mercato che, secondo le fonti, si trovava proprio sopra la piazza dei Pesci.

 Sotto la Cima, verso settentrione, proprio di fronte al palazzo pubblico e al complesso dei ‘‘Macelli’’ comunali, si apriva una lunga via longitu dinale, unente fra di loro l’oratorio di San Pietro e la piazzetta Ferrari.

 Su di essa alcune delle più nobili e ricche famiglie cittadine avevano eretto, fra la fine del ‘600 e l’inizio del ‘700, i loro grandi palazzi privati.

 Oltre questa linea si stendevano la contrada della Tina, tutta svilup pata intorno all’omonimo archìvolto comunicante con la Strà. e percorsa da strettissimi “carùggi’’ quali quello semicoperto ‘‘della Gainétta’’, e quel lo adiacente popolarmente denominato “dei Testoni”, la contrada della Strà, costituita da due file di case fiancheggianti l’omonima piazza, animatissimo centro commerciale della città vecchia; la contrada di Porta Nuova, ricca come la Strà di botteghe, magazzini, e che faceva capo al maestoso palazzo del Capitano, fronteggiato dall’omo nima piazzetta.

 3) I palazzi Principali della contrada delle Rocche

 Proseguendo verso il monastero di Santa Chiara, nei pressi dell’oratorio della Trinità dei Pellegrini, sorgevano i palazzi di Girolamo Pagliari e del medico Luigi Giribaldi, mentre quello del signor Domenico Pastorelli s’af facciava sulla piazzetta delle ‘‘Chiàsore’’.

 Nella contrada di Santa Caterina, infine, si trovavano il grande palazzo dei fratelli Gio Batta e Gio Andrea Ferrari, quelli dei signori Ameglio e Bensa, dello speziale Maurizio Orengo, dell’orefice Francesco Martino, del commerciante di grani ed armatore ‘‘Battiton’’ Bensa, tutti stretti e com pressi da un gran numero di casupole e malsani edifici popolari uniti fra di loro da tramezzi, muri di sostegno, archi di controspinta, scalette e passaggi pensili tanto da formare un insieme inscindibile col soprastante quartiere della Cima e con le case del Portello.

 4) Le Logge di santa Chiara

 Nel 1715 il maggiore artista portorino dell’epoca, Gregorio Ferrari, coadiuvato dal cugino e pittore Imperiale Bottino, col progetto del grandioso loggiato di Santa Chiara completava la struttura urbanistica del quartiere delle Rocche ideando una soluzione indubbiamente moderna ed ardita, ma riconducibile al tradizionale canone architettonico indigeno che faceva un uso pressoché sistematico di archivolti, logge, coperture in mura tura o lignee, centine e ponticelli gettati tra le case al di sopra dei caruggi e delle strade sottostanti.

 5) L’oratorio di santa Caterina e l’omonima confraternita femminile

 In questo contesto, nella parte sud della città, nella contrada detta “delle Rocche”, sorgeva l’Oratorio di Santa Caterina, sede della confraternita femminile.

 Ed è interessate vedere come si è creato questo “unicum”, forse in tutta la Liguria, di una associazione laica “di donne” dedita alla preghiera in un ambiente esterno alla chiesa parrocchiale.

 Possiamo datare la presenza di una Confraternita femminile attorno ai primi decenni del cinquecento. Formalmente sottoposta all’omonima confraternita ma schile, le “donne” possedevano comunque una propria chiesa ed amministravano autonomamente i fondi della compagnia.

L’unica notizia certa riguardante il governo della compagnia è del 1561, quando fu prioressa Augusta Aicardi.

 L’oratorio, definito dalle fonti come “Sanctae Catherinae disciplinatorum mulierum” sorgeva nella zona di confine fra le contrade delle Rocche e dell’Ospedale, immediatamente a ridosso delle mura cittadine. Si trattava di un piccolo edificio, col tetto in legno. Sulla parete di fondo si trovavano due altari in legno assai semplici e disadorni.

 Notevoli lavori d’abbellimento vi erano stati eseguiti nel 1567 dall’architetto Bartolomeo Bianco che aveva fra l’altro costruito una nuova volta in muratura.

 Nel novembre 1571 la “giexia” era mantenuta grazie ai frutti d’investimento di sei ingenti legati. In quegli anni, continui lasciti testamentari di benefattori e consorelle incrementarono il patrimonio del sodalizio.

 Nell’oratorio delle donne si svolgevano tutte le funzioni e le usanze tramandate dalle origini, compresa la “distribuzione di focaccia il Giove dì Santo” sospesa dal vescovo Fieschi nel l587 e “l’Adorattione del Crocifisso”, paraliturgia con forti caratteri primitivi abbandonata da tutte le congregazioni maschili e rimasta a far parte del solo patrimonio di culto femminile.

 L’edificio subì successive modifiche interne ed esterne.

 Nel 1616, sulla porta d’ingresso si pose una lavagna dipinta con i santi Nicola e Caterina.

 Nella cripta sottostante l’aula ecclesiale si ricavò un ampio locale, che servì, per oltre due secoli, quale ospedale femminile, gestito da due consorelle, e provvisto, tenuto conto dei tempi, di ogni necessità per l’assistenza ed il ricovero dei malati.

 Le “regole” della Controriforma si abbatterono sul sodalizio attorno al 1616, quando venne realizzata la revisione degli statuti.

 Certamente il galateo dell’epoca impedì alle donne di vestirsi con la “cappa” come i loro omologhi maschili, e altrettanto di eseguire processioni. Tuttavia la vita della Compagnia proseguì, con luci ed ombre, fino ai nostri giorni.

 La “Contrada delle Rocche” è, nel seicento, ben diversa da come la vediamo oggi: un groviglio di case che si accatastano l’una addosso all’altra, senza soluzione di continuità.

 L’attuale via di santa Caterina è uno stretto carruggio fiancheggiato da abitazioni che si propagano sull’attuale soprastante, ed allora inesistente via Vianelli ed arrivano fino in cima, alla vecchia parrocchiale, intersecate da un dedalo di piccolissimi viottoli, in parte ancora visibili.

 6) La confraternita della Buona Morte

 Nel 1695 in città si decise di costituire una nuova confraternita avente come scopo l'assistenza ai moribondi.

 Tale sodalizio prese il nome di “Confraternitas mortis et orationis” popolarmente "Buona Morte", eresse a sua protettrice la Vergine Addolorata, e si costruì uno splendido oratorio ottagonale a poche decine di metri dalla chiesa parrocchiale.

 Era, questo, il più genuino monumento dell'arte barocca portorina, costruito nel 1697 su disegno di Maurizio Niggi. Aveva pianta centrale, contava tre sole cappelle, ed era sormontato da una cupola con lanterna. 

 Nel corso dei lavori di risanamento della Città Vecchia, alla fine dell'ottocento, l'edificio venne demolito e i confratelli dovettero trovare un’altra aula ecclesiale.

 Nel frattempo, le Consorelle di Santa Caterina avevano costruito un nuovo oratorio in Via San Maurizio, e cedettero il loro appunto alla Confraternita della Buona Morte, che vi trasferì la grande pala d'altare, due quadri già posti sugli altari laterali del vecchio oratorio, quattro statue in gesso e gli arredi processionali.

 Ma il sodalizio fu investito da una grave crisi e, nel giro di pochi decenni, si estinse.

 I suoi beni passarono quindi, assieme all’Oratorio, nel patrimonio della Confraternita di san Pietro, che ancor oggi è proprietaria di questo edificio sacro. 

 7)  Le opere d’arte dell’oratorio

 Al di sopra della porta di ingresso possiamo notare una ardesia dipinta raffigurante Santa Caterina d’Alessandria e san Nicola da Bari, risalente, probabilmente, al momento della costruzione dell’edificio.

 Oggi la lavagna risulta praticamente illeggibile. Negli anni ‘40 di questo secolo, tuttavia, doveva essere ancora in buono stato, poiché gli storici dell’epoca ce la descrivono minutamente.

 Come abbiamo appena detto, l’oratorio femminile di santa Caterina venne riutilizzato, a partire dalla fine dell’ottocento, quale sede della Confraternita della Buona Morte. Esaminiamo quindi gli arredi di detta Compagnia.

 Sopra la porta d’ingresso vi è un quadro di San Vincenzo Ferreri. In origine era sull’altare maggiore dell’oratorio della Buona Morte. Ignoriamo l’autore.

 Entrando, nella parete di sinistra, ammiriamo le due statue in gesso raffiguranti San Francesco di Sales e dell’Angelo custode e il quadro di “Tobia che fa seppellire gli appestati”, opera del pittore portorino Francesco Bruno.

 Egli nasce a Porto Maurizio 1648 (ma la data è incerta), e si impone sulla scena pittorica di fine seicento, realizzando per privati, associazioni, confraternite, una serie di opere di pregevole fattura. Si forma alla scuola romana del Cortona, e porta in città le esperienze di grandi scuole barocche. Ama molto le tonalità cromatiche scure, calde e velate. Sue opere si possono ammirare in Duomo, al Calvario, nella chiesa della Marina. Possiamo notare alcuni dettagli, soprattutto anatomici, che dimostrano la straordinaria tecnica del nostro concittadino, unita ad una cromatura particolarmente scura, tipica del barocco di fine seicento. Muore a Porto nel 1721.

 Sulla parete destra dell’oratorio vi sono altre due statue di gesso raffiguranti Sant’Antonio e San Domenico e il quadro che illustra il “Transito di San Giuseppe”, eseguito dal pittore Sebastiano Conca.

  Egli nasce a Gaeta l'8 gennaio 1680. Nel 1707 si trasferisce a Roma, dove partecipa a mostre d'arte nelle chiese. Sceglie atmosfere intimiste, arcadiche, anche sognanti, tipiche del nascente stile rococò. Nel 1714 viene ammesso nella Congregazione dei Virtuosi al Pantheon, per diventare poi accademico di San Luca nel 1718. Seguono incarichi in tutta Italia. Nel 1752 torna a Napoli, dove muore il 1 settembre 1764.

 Sulla parete di destra dell’altare troviamo il grande quadro dipinto da Gregorio Ferrari “l'Addolorata”, popolarmente detto “la madonna dei sette dolori”

 Gregorio Ferrari (De Ferrari alla genovese) nasce a Porto Maurizio, nel 1647. Fu allievo di Domenico Fiasella. Durante un viaggio a Parma ebbe modo di studiare la pittura del Correggio che influenzò notevolmente la sua produzione artistica. Autore tra i più significativi dell’ambiente genovese tra Sei e Settecento, esprime con particolare raffinatezza il suo stile particolare in tele di grande valore decorativo. Le pose eleganti dei soggetti sono sottolineate dai sapienti panneggi delle vesti e dalla gestualità teatrale. Muore a Genova nel 1726.

 L’altare originario risale al 1780: era di gesso istoriato, con graziosi stucchi parietali, opera del coroplasta G. Adami.

 L’attuale altare proviene dalla demolita antica Chiesa della Nunziata, esistente in Piazza Roma. Fu commissionato dal Nobile Bartolomeo Cristoforo Pagliari nel 1667, e servì per due secoli come sepolcro per la famiglia. Fu qui trasferito alla fine dell’ottocento.

 La lapide che ricorda la costruzione e la commissione dell’opera è stata apposta di recente.

 Sulla parete di sinistra vi è un quadro raffigurante la Vergine con alcuni santi in estasi. E’, questa, l’originaria Pala dell’altare.

 8) San Leonardo da Porto Maurizio

 Proprio a fianco dell’Oratorio di santa Caterina, la famiglia Casanova, originaria della Valle Polcevera, aveva acquistato un immobile.

 Essa apparteneva alla cerchia degli agiati commercianti, il cui benessere era legato alle alterne vicende del mare.

 Il padre del futuro santo, Domenico era "padrone", comandava cioè una imbarcazione, una tartana, ed aveva alle sue dipendenze alcuni marinai.

 Era altresì un confratello di san Pietro, ed in seguito divenne un dirigente della Confraternita.

 San Leonardo fu battezzato a Porto Maurizio il 20 dicembre 1676 nella Chiesa Collegiata San Maurizio e Compagni Martiri dal parroco Vincenzo Rossi e fu chiamato Paolo Gerolamo.

 L'infanzia la trascorse in città. Non è esagerato dire che proprio il clima di fede in cui egli visse le prime esperienze di uomo e di cristiano abbia contribuito ad avviarlo verso la santità.

 Appena compiuti i sette anni, Paolo venne iscritto alle scuole pubbliche

 Al termine del ciclo di istruzione primaria, Domenico decise di mandare suo figlio a Roma, affinché si laureasse in medicina.

 Invece gli studi non furono neppure intrapresi perché si concretizzò la decisione di abbracciare la vita religiosa.

Nel 1697, dopo un esame d'ammissione, Paolo Gerolamo fu accettato nell'Ordine dei Frati Minori Riformati, e vestì l'abito, mutando il nome in quello di frate Leonardo da Porto Maurizio in segno di legame perenne con il luogo della sua nascita.

Il 23 settembre del 1702 fu ordinato sacerdote, ma quasi subito divenne malato di tisi.

In condizioni gravi, fu mandato a Porto Maurizio per cercare nell'aria nativa il farmaco adatto ai suoi polmoni malati. 

Era in una situazione disperata. Non gli restò che abbandonarsi nelle mani della Madre di Dio per ottenere la guarigione. Fu esaudito.

Il suo attaccamento alla Madonna costituì poi il motivo catalizzatore, insieme a quello della Passione, di tutto il suo ministero.

Ottenuta la grazia della guarigione, diede luogo alla predicazione nelle valli circostanti Porto Maurizio

Da quel momento fu instancabile: girò tutta l’Italia, si recò in Francia, in Corsica, nel Bolognese, a Roma, e fu stretto collaboratore di Papa Benedetto Quattordicesimo, che lo volle suo predicatore in Roma nell’anno Santo del 1750.

Eresse più di 600 Via Crucis in tutta Italia, scrisse decine di pubblicazioni ed il suo epistolario è ricco di ben 1.200 lettere a personalità eccelse del suo tempo.

Si spense a Roma, al termine di una missione, il 26 Novembre 1751.

Fu beatificato nel 1796 e canonizzato, cioè santificato nel 1867 da papa Pio Nono.

 Dal 1992 è il patrono della città di Imperia.

 9) La “Casa Natale del Santo”

 Dall’oratorio si accede,tramite un passaggio aperto nel 1910, alla casa di Domenico Casanova.

Oltrepassato l’ingresso si entra direttamente nella camera da letto, ove nacque il futuro santo.

Dal 1903 è stata trasformata in cappella votiva.

 Sulla parete di fronte possiamo osservare, nelle teche, alcuni cimeli di Leonardo: due borse, un crocifisso, una “penitenza” ed il calco del Volto e della mano. Inoltre sono presenti alcuni suoi scritti ed altri antichi documenti.

 Una gran quantità di ex voto sono appesi alle pareti, assieme a fotografie e ricordi delle “giornate leonardiane” del passato.

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